Salviamo i gatti di Hemingway

i gatti di hemingway

Quando si varca la soglia del numero 907 di whitehead street, a key west, ci si sente un pò osservati. Non dalle decine di visitatori, ma dagli occhi di decine di gatti.

Scrutano i turisti che acquistano il biglietto d’ingresso, si godono l’ombra delle magnolie, poltriscono sul bordo della piscina nella quale Ernest Hemingway nuotava fra una pagina e l’altra di Per chi suona la campana o Avere e non avere. Sono loro, i gatti, i veri padroni di “The Ernest Hemingway Home and Museum“, l’attrazione più celebre dell’isola della Florida. La casa, cioè, che Hemingway acquistò nel 1931, dove si stabilì con la moglie Pauline, scrisse alcuni dei romanzi più celebri, si dilettò con la pesca d’altura. Nel 1940 divorziò da Pauline, sposò Martha, la casa restò alla ex moglie, lui si trasferì a Cuba. E anche là continuò ad alimentare la propria passione: i gatti.

Ma adesso, quei gatti diventano un probema. E al grido di “Ingabbiamoli!“, il dipartimento americano dell’Agricoltura ha intimato alla società che gestisce la casa-museo, di “rinchiudere” e controllare meglio i felini. Che fino a oggi hanno fatto il loro comodo per una rispettabilissima ragione: sarebbero i discendenti diretti del grosso gatto, ritratto in una celebre foto mentre cammina sornione sui fogli dello scrittore che, seduto alla macchina da scrivere, lo accarrezza.
Una storia, questa dei gatti di Hemingway (a tutt’oggi circa una sessantina), che ha dato vita a qualche leggenda, tipo che quei gatti, e solo quelli, avrebbero sulle zampe anteriori 6 dita invece che 5. Proprio come quel primo micio – si dice – regalato al Nobel da un capitano di Marina. Evocativi i nomi con i quali, negli anni, sono stati battezzati: Emily Dickinson e Ava Gardner, Pablo Picasso e Simone De Beauvoir, Mark Twain e Spencer Tracy per citarne solo alcuni. Inevitabile il risvolto commerciale: il bookstore del museo, oltre a t-shirt, cataloghi e romanzi, vende pure souvenir ispirati ai felini.Una storia, questa dei gatti di Hemingway (a tutt’oggi circa una sessantina), che ha dato vita a qualche leggenda, tipo che quei gatti, e solo quelli, avrebbero sulle zampe anteriori 6 dita invece che 5. Proprio come quel primo micio – si dice – regalato al Nobel da un capitano di Marina. Evocativi i nomi con i quali, negli anni, sono stati battezzati: Emily Dickinson e Ava Gardner, Pablo Picasso e Simone De Beauvoir, Mark Twain e Spencer Tracy per citarne solo alcuni. Inevitabile il risvolto commerciale: il bookstore del museo, oltre a t-shirt, cataloghi e romanzi, vende pure souvenir ispirati ai felini.
Ma la loro autonomia va ridimensionata. La controversia tra autorità federali e gestore del museo va avanti, ormai, da anni. Al dipartimento dell’Agricoltura ritengono che i gatti devono essere adeguatamente sorvegliati. Mike Morawski, la cui famiglia possiede e gestisce la casa dal 1961, non ci sta, e rivendica piena libertà di movimento per le bestiole. Della questione, gestita a colpi di carte bollate e ricorsi, si occuperà un tribunale federale.

“I gatti dimostrano un’assoluta onestà emotiva. Gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, quasi sempre riescono a nascondere i propri sentimenti. I gatti no”. Così Hemingway parlava dei suoi beniamini. Thomas Hudson, il protagonista di Isole nella corrente, viene descritto così, mentre riposa: “Aveva il gatto allungato sul petto e tirò una leggera coperta su tutti e due, aprì e lesse le lettere, bevve a piccoli sorsi un bicchiere di whisky annacquato. Il gatto faceva le fusa, ma lui non lo sentiva perché le fusa del gatto erano mute, e allora lui teneva una lettera in mano e toccava la gola del gatto con un dito dell’altra”.
Hemingway non si separò dai gatti nemmeno dopo il trasferimento a Cuba. Nella Finca Vija, la villa alla periferia dell’Havana, ne ospitava 57. Per loro aveva fatto costruire una torre: lui s’era riservato un piccolo studio all’ultimo piano, e a quello inferiore aveva sistemato le cucce per i suoi amici.

Si racconta che un giorno una gatta attraversò la strada fuori dalla tenuta, e venne investita da un’automobile di passaggio. Ferita a morte, riuscì a trascinarsi fino alla porta di casa, dove Hemingway la trovò. Turbato dai suoi miagolii di agonia, lo scrittore decise di porre fine con le sue mani alle sofferenze dell’animale. I domestici lo trovarono poi con la micia tra le braccia, mentre piangeva come un bambino.

 

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